Gv 3,16-18 In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Nel Vangelo di oggi Gesù dice una delle frasi più famose di tutta la Bibbia: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».
Molti di noi l’hanno sentita decine di volte. Forse centinaia. E proprio per questo rischiamo di non accorgerci più di quanto sia sconvolgente.
Perché Gesù non dice che Dio ha amato le persone buone. Non dice che ha amato chi pregava di più. Non dice che ha amato chi meritava di essere amato.
Dice semplicemente: «Dio ha tanto amato il mondo».
Il mondo. Così com’è.
Con le sue ferite. Le sue contraddizioni. I suoi peccati. Le sue paure. Le sue cadute.
Eppure c’è una cosa curiosa. Molte persone credono che Dio esista. Molte meno credono davvero di essere amate da Lui.
Perché credere nell’esistenza di Dio è relativamente facile. Credere che Dio mi ami personalmente è molto più difficile.
Che ami proprio me. Con il mio carattere. Le mie fragilità. I miei errori. Le mie incoerenze. Le parti di me che faccio fatica persino ad accettare.
Molti vivono il rapporto con Dio come una continua verifica. Come se ogni giorno dovessero superare un esame. Se sono stati bravi, Dio sarà contento. Se hanno sbagliato, Dio sarà deluso. Se pregano abbastanza, saranno amati. Se cadono, saranno meno degni.
Ma il Vangelo di oggi distrugge questa immagine.
Gesù non dice: “Dio vi ama se…”
Dice: “Dio vi ama.”
Punto.
Prima. Non dopo.
E forse facciamo così fatica a crederci perché siamo cresciuti in un mondo dove quasi tutto si conquista. A scuola devi meritarti il voto. Nel lavoro devi meritarti la promozione. Nello sport devi meritarti il posto in squadra. Sui social devi meritarti l’attenzione.
Perfino nelle relazioni a volte sembra di dover continuamente dimostrare qualcosa per essere scelti.
Ci abituiamo così a una logica precisa: valgo se produco. Valgo se ottengo risultati. Valgo se sono all’altezza. Valgo se non deludo.
E lentamente iniziamo a pensare che anche Dio ragioni così.
Che il suo amore sia una ricompensa. Non un dono.
Ma allora perché Gesù è venuto? Perché Dio ha dato suo Figlio?
La risposta è semplicissima.
Perché ama.
Non perché noi fossimo perfetti. Ma perché noi eravamo preziosi.
C’è un’immagine che può aiutarci a capire.
Immagina una giovane coppia che scopre che il proprio figlio è gravemente malato.
Da un giorno all’altro cambiano i programmi. Cambiano le priorità. Cambiano le notti. Cambia la vita.
Le visite. Gli ospedali. Le paure. Le attese. Le lacrime. Le notti senza dormire. Le rinunce che nessuno vede.
E quasi inevitabilmente arriva una domanda: “Perché proprio a noi?”
È una domanda che nasce dal dolore. Una domanda umana. Profondamente umana.
Perché quando soffriamo cerchiamo un motivo. Una spiegazione. Un senso.
Ma col passare del tempo accade qualcosa di misterioso.
Quei genitori continuano ad amare. Ogni giorno. Anche quando sono stanchi. Anche quando nessuno li applaude. Anche quando il figlio è troppo piccolo per capire. Anche quando non arriva nessun grazie.
E allora ci accorgiamo di una cosa straordinaria. Il loro amore non dipende da ciò che ricevono. Non nasce da un vantaggio. Non nasce da una ricompensa. Non nasce dal merito.
Nasce dal fatto che quel figlio è loro. E basta.
Quell’amore non fa calcoli. Non tiene la contabilità. Non misura continuamente quanto riceve in cambio.
Ama.
Attenzione. La malattia non è un dono. Nessuno dovrebbe romanticizzare il dolore. Nessuno dovrebbe pensare che Dio mandi la sofferenza per insegnare qualcosa.
Ma dentro certe prove può emergere qualcosa che normalmente non vediamo.
La capacità umana di amare gratuitamente. Di donarsi senza pretendere. Di restare senza ricevere. Di continuare ad amare anche quando sarebbe più facile andarsene.
Ed è proprio questo che Gesù oggi vuole mostrarci riguardo a Dio.
Dio non ci ama perché siamo utili. Non ci ama perché siamo perfetti. Non ci ama perché gli portiamo risultati. Ci ama perché siamo suoi.
E questa è una delle verità più difficili da accettare.
Perché se davvero Dio mi ama così, allora il mio valore non dipende più dal successo. Non dipende più dai miei fallimenti. Non dipende più da quanto guadagno. Non dipende più da cosa pensano gli altri. Non dipende nemmeno dai miei errori.
Capisci quanto è rivoluzionario?
Perché oggi moltissimi giovani vivono schiacciati dal giudizio. Dal confronto. Dalla sensazione di non essere abbastanza.
Abbastanza belli. Abbastanza capaci. Abbastanza realizzati. Abbastanza interessanti.
E allora cercano continuamente conferme.
Nel lavoro. Nei risultati. Nei social. Nelle persone. Nelle relazioni.
Ma nessuna conferma esterna riesce a riempire completamente il cuore.
Perché il bisogno più profondo non è sentirsi approvati. È sentirsi amati.
Per questo Gesù continua:
«Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui».
Quante persone immaginano Dio come qualcuno che aspetta soltanto di giudicarle. Di rimproverarle. Di sottolineare i loro errori. Gesù invece racconta un Padre che corre incontro.
Che cerca. Che salva. Che rialza. Che non si stanca.
Forse allora la domanda del Vangelo oggi non è: “Credi che Dio esista?”
Forse la domanda più difficile è un’altra: “Credi davvero che Dio ami te?”
Non l’umanità in generale. Non i santi. Non le persone migliori.
Tu. Proprio tu.
Con la tua storia. Con le tue ferite. Con i tuoi dubbi. Con le tue cadute. Con tutto ciò che ancora stai cercando di diventare.
Perché il giorno in cui inizi a credere davvero a questo, cambia il modo in cui guardi Dio. Ma cambia anche il modo in cui guardi te stesso.
Coraggio, Dio ti ama.
Molti credono in Dio. Pochi credono di essere amati da Lui.
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